Women and Girls First (Fase 2): la salute di donne e adolescenti del Myanmar prioritaria per l’Italia

È stato approvato nell’ultima riunione del Comitato Congiunto dello scorso 31 luglio, il contributo italiano di 400.000 Euro per la seconda fase del programma Women and Girls First (WGF). L’iniziativa è realizzata dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), che gestisce il relativo fondo fiduciario multi-donatori.

Obiettivo della nuova edizione del programma è quello di continuare a contribuire all’accesso universale al diritto alla salute sessuale e riproduttiva delle donne e delle ragazze adolescenti e contrastare la violenza di genere negli stati del Rakhine, del Kachin e dello Shan del Nord.

L’iniziativa Women and Girls First è nata nel 2015 e nella prima fase ha beneficiato di contributi da parte di differenti donatori per un valore complessivo di 12 milioni di dollari L’Italia ha aderito sin da subito all’iniziativa, sostendendola con due separati finanziamenti di Euro 400.000,00 l’uno, deliberati rispettivamente nel 2015 e nel 2017.

“Women and Girls First è un programma che la Cooperazione Italiana sostiene convintamente sin dal suo avvio e che ha già raggiunto importanti risultati durante la prima fase. In particolare, lo sviluppo di procedure operative standard per la gestione dei casi di violenza di genere e il rafforzamento dei servizi di salute sessuale e riproduttiva e di supporto alle vittime di violenza  sono stati alla base della progettazione di questa nuova fase che contribuirà a migliorare ulteriormente la condizione femminile nel Paese”. Con queste parole Walter Zucconi, titolare della sede AICS di Yangon, ha accolto la notizia dell’approvazione del WGF-Fase 2.

L’iniziativa è fortemente allineata all’Agenda 2030 e in particolare agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) n. 3. “Buona salute e benessere per le persone”, n. 5. “Parità di Genere” e n. 16. “Pace e Giustizia”. Infatti, oltre a rafforzare la sostenibilità delle attività precedentemente avviate, l’iniziativa mira anche a consolidare la componente di peacebuilding nel nesso tra azione umanitaria e sviluppo, allo scopo di assicurare una risposta integrata in aree del paese teatro di un conflitto endemico. Negli Stati del Rakhine, del Kachin e dello Shan del Nord, la condizione femminile continua ad essere molto fragile per via degli elevati tassi di povertà e dei bassi livelli di scolarizzazione, ma anche in ragione della presenza di conflitti in fase di recrudescenza.  Si tratta di elementi che hanno favorito il mantenimento di stereotipi culturali sul ruolo della donna, e la relativa stigmatizzazione sociale delle vittime di violenza, facendo registrare un tasso di violenza di genere molto più alto rispetto ad altre zone del Paese.

In particolare, l’assistenza alle donne vittime di violenza nelle zone di conflitto rappresenta uno degli obiettivi specifici dell’iniziativa, attraverso il supporto ai già esistenti Centri per le donne “WGF”, la fornitura di ulteriori servizi di assistenza psicosociale e di kit igienico sanitari nei campi sfollati.

La nuova fase del programma Women and Girl First intende, inoltre, continuare a sostenere le isitituzioni pubbliche per dare piena applicazione al Piano Nazionale per lo Sviluppo della Donna (NSPAW) e all’adozione di una legge per la prevenzione della violenza sulle donne e ragazze.

In virtù dei positivi risultati ottenuti durante la prima fase, Women ad Girls First è divenuto uno dei programmi di riferimento in Myanmar per il sostegno al miglioramento della condizione femminile. Su queste solide basi, la seconda fase dell’iniziativa, che intende coinvolgere un maggior numero di beneficiari e raggiungere nuove municipalità, ha raggiunto oggi un un budget totale di 22 milioni di dollari, anche grazie all’ingresso dell’Unione Europea tra i donatori.

L’iniziativa s’inquadra nella strategia europea di risposta al COVID-19 #TeamEurope, quale intervento che vuole contribuire a mitigare gli effetti della pandemia. Women and Girls First rappresenta infatti anche un importante strumento di risposta all’emergenza sanitaria, che costituisce un ulteriore fattore di rischio e di vulnerabilità per le donne, in particolar modo nei campi sfollati, dove vi è la mancanza di strutture igienico sanitarie adeguate.

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